di Rossana Battaglia
Ad Altomonte, nel cuore della provincia di Cosenza, la Grande Festa del Pane non è stata soltanto un evento: è stata un abbraccio collettivo, un racconto di identità intrecciato tra mani, tradizioni e sguardi. Per tre giorni il borgo si è trasformato in un laboratorio a cielo aperto, dove la storia si impastava con la semplicità e la poesia dei gesti antichi.
La giornata conclusiva, domenica 16, ha avuto il respiro delle cose importanti. Al suono delle campane della Cattedrale, la Confraternita degli Zaferani Cruschi, guidata dal Gran Priore Enzo Barbieri, è arrivata come un corteo di memoria e appartenenza. Un’accoglienza calorosa, solenne ma viva, che ha ricordato a tutti che le tradizioni camminano sulle gambe delle persone.
Nel chiostro del Convento Domenicano, l’aria profumava di olio e di vino, figli delle colline altomontesi. Le degustazioni hanno attirato visitatori e curiosi, ognuno con in mano un calice o un pezzo di pane caldo, come un piccolo rito di riconoscenza verso la terra. Fuori, negli stand, la festa continuava: conserve, dolci, mandorle, tartufi, formaggi, mani che offrivano, mani che accoglievano.
E mentre la giornata scorreva lenta e luminosa, scaldata da un caldo sole, piccoli e grandi si sono incantati davanti ai voli silenziosi di barbagianni, gufi e poiane per poi danzare al ritmo di una banda di giovani e divertenti musicisti.
Ma tra le tante emozioni, c’è stata una scoperta che ha toccato corde più profonde.
In un piccolo spazio, quasi nascosto, un uomo dalla statura minuta ma dall’anima immensa raccontava con gli occhi prima ancora che con la voce. Reginaldo Capparelli Ebanista di professione, restauratore di strumenti musicali per amore, custode di un museo e di un tesoro: una collezione straordinaria di fortepiani, violini, cetre, sassofoni. Ogni pezzo una storia, ogni strumento una vita da cui lui, con delicatezza artigiana, aveva fatto riemergere il respiro.
Non esponeva soltanto: condivideva. Le mani si muovevano come se accarezzassero ancora il legno, e le parole uscivano dense di passione, di competenza, di quella devozione che solo i custodi autentici sanno avere. Aveva voglia di raccontare, sì, ma soprattutto aveva un desiderio grande: che tutto ciò resti ad Altomonte, o almeno in Calabria. Che questa collezione non diventi un ricordo disperso, ma un patrimonio vivo, celebrato, ammirato, rispettato.
Perché, in fondo, ogni paese cresce quando custodisce le proprie eccellenze. E quel piccolo grande uomo, con la sua voce gentile e il suo sapere immenso, sembrava ricordare a tutti che la cultura non è nelle cose, ma nella cura che dedichiamo loro.
La Grande Festa del Pane di Altomonte si è così chiusa con un sapore particolare: quello del pane caldo, certo, ma anche quello della consapevolezza di essere un luogo in cui le radici non sono un peso, bensì una promessa. Una promessa che chiede di essere mantenuta, celebrata, portata avanti.
E mentre le ultime luci calavano sul borgo, Altomonte sembrava sussurrare che la bellezza, quella vera, nasce quando la comunità si riconosce nei suoi talenti e li sceglie come parte della propria storia. Sempre.

