di G. Durante e R. Battaglia
Ci sono luoghi che, pur essendo a due passi da casa, restano nascosti, come per pudore, o forse per dimenticanza. Nicotera, piccolo gioiello della costa tirrenica calabrese, è uno di questi. Viaggiare in lungo e in largo non basta per dire di conoscere davvero la propria terra. Serve fermarsi, osservare, ascoltare. Serve lasciarsi sorprendere.
Situata tra il blu profondo del mar Tirreno e le colline verdi della provincia vibonese, Nicotera è molto più di una cartolina da estate mediterranea. È la culla, riconosciuta dall’UNESCO, della dieta mediterranea, patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Qui, tra ulivi secolari, fichi d’India che esplodono sulle scogliere e la macchia mediterranea profumata di rosmarino e ginestra, il tempo ha un altro ritmo.
Dal borgo alto, lo sguardo si perde su chilometri di spiagge selvagge. Il sole tramonta dietro Stromboli, disegnando un paesaggio struggente, bello da togliere il fiato. Ma basta poco per accorgersi che, dietro a tanta bellezza, si nasconde una ferita antica. Una terra accogliente, generosa, ma rassegnata, che aspetta uno sviluppo che tarda ad arrivare, tradita troppe volte da promesse rimaste sulla carta.
Ad accogliermi è Alfredo Glicora, anima e braccia dell’azienda agricola La Torre. Più di mille piante di avocado coltivate in biologico, sulle colline che si affacciano sul mare. Alfredo non è solo un imprenditore agricolo, è un visionario. Crede nella sua terra e lo dimostra concretamente: collabora con le cooperative sociali del territorio, Calabria Avocado. Un’agricoltura sostenibile, equa, che crea lavoro, dignità, comunità.
Con lui mi spingo fino a San Calogero, al Salumificio SAP. Ad accoglierci c’è Salvatore Pugliese, che con orgoglio ci guida tra celle frigorifere e laboratori. Qui si producono quintali di ‘nduja, soppressate, salsicce e soppressate calabresi DOP. Tutto senza conservanti, nel rispetto della tradizione, con una cura maniacale per le materie prime. È una realtà strutturata, moderna, che ha saputo unire saperi antichi e innovazione.
Ma c’è anche un’altra Calabria, più raccolta, più intima. È quella dei fratelli Aquilano, a Limbadi. Circa trecento suini allevati in azienda, trasformati con maestria artigianale in un laboratorio che profuma di fumo naturale e spezie. Qui tutto è realizzato con gesti che si ripetono da secoli: ‘nduja, capicolli, pancette, soppressate. Una filiera corta, cortissima, che parla di fatica, ma anche di orgoglio e passione.
La mattinata si chiude nella piazza di Nicotera, cuore pulsante del borgo. Al Bar Gelateria Zurro, Francesco è dietro il banco, ma è Zurro — padre, ultranovantenne — a raccontare la storia. Con un sorriso sornione presenta il suo “mandorlato”, un dolce gelato che è un inno alla creatività artigiana: una sorta di scrigno con tante mandorle caramellate all’esterno, che racchiude un cuore di cioccolato, sapori mediterranei che anni di ricerca, passione e lavoro, hanno reso perfetto, una golosità irresistibile.
Nicotera e il suo territorio appaiono co
sì: sospesi tra un passato glorioso e un presente incerto, in bilico su un futuro che stenta a prendere forma. Eppure, tra gli antichi uliveti e gli avocado di Alfredo, la norcineria di Pugliese, che varca i confini nazionali, i salumi dei fratelli Aquilano e il mandorlato di Zurro, si intravede la Calabria che resiste. Quella che, silenziosamente, costruisce. Che non aspetta più promesse, ma si rimbocca le maniche.
Forse è proprio da qui, da questa resilienza, che bisogna ripartire. Da questi “anfratti” nascosti, autentici. Da chi ha scelto di tornare, come Alfredo, o restare e investire, di custodire e innovare, come gli altri. Perché è solo vivendo e conoscendo davvero la propria terra che si può iniziare a cambiarla.

