di Adele Filice
“Settembre, andiamo. È tempo di migrare…” scriveva il Vate nella lirica I pastori, trasformando in immagini vivide e poetiche la tradizione della transumanza abbruzzese. Analogamente, oggi, causa il clima che anticipa di circa un mese il tempo della raccolta, potremmo dire: Settembre andiamo, è tempo di vendemmia, ritornando con la memoria ai decenni scorsi, quando ad ottobre si riempivano i tini. Ma prima che ciò avvenisse, tutta una serie di riti erano necessari per preparare la festosa liturgia della vendemmia. Si ammolavano le cesoie per tagliare i grappoli, si preparavano panieri e ceste per la raccolta e ancora prima si pulivano tini e botti che avrebbero ricevuto il prezioso succo. Nella mia memoria è davvero ancora vivo, come fosse ieri, il ricordo della vendemmia in quel di Timpone degli Ulivi, frazione di Cosenza del circondario di Donnici – rispettivamente da qualche settimana entrata nella prestigiosa Associazione “Città del Vino”, e di conseguenza anche facente parte come Città del Vino Europea, anche della Rete Europea delle Città del Vino; e sede, Donnici, in questo 2026, della 44a edizione della Sagra del Vino e dell’Uva, atteso appuntamento che celebra non solo una tradizione produttiva ed economica ma anche la cultura autenticamente identitaria del territorio, spesso definito, forse un po’ pomposamente “le colline del Chianti calabrese”. Il re dei vitigni, almeno a Timpone, era il Gaglioppo, spesso confuso dall’incerta conoscenza contadina col Magliocco. Anche il Griecu faceva registrare una buona presenza, insieme a Pizzettiato, Mantuonicu e l’immancabile e odorosa Marvasia che conferiva profumo e sapore ad uvaggi bianchi e rossi. Rare le viti di uva Muscarella, uno speziato vitigno i cui grappoli si consumavano preferibilmente come frutta e rarissimo il Zibibbiu, centellinato come quintessenza del profumo e del sapore. L’ebbrezza bacchica per noi ragazzi era quella di riunirsi con i cugini e i parenti e sciamare nelle vigne odorose di rucola, che si stendeva a tappeti sotto i filari e insaporiva come insalata le portate del mursieddu o del pranzo. Il cielo di inizio autunno, striato di bianchi ciuffi di nuvole ma straordinariamente azzurro per i primi ponentini che soffiavano dopo la calura estiva, sembrava illeggiadrire ancor più i colori della campagna che si punteggiava delle presenze femminili tra le viti, con le mani forti e gentili a staccare pїennule e raspi da riporre nei panieri che, una volta pieni, andavano a riempire sporte o cassette, caricate sul basto dell’asino o, in tempi più recenti, sul carrello del trattore. Famiglie intere si riunivano, come canta Battiato in Zai Saman, nei giorni di vendemmia e malgrado ciò il tempo della raccolta durava diverse settimane, invalso l’uso di aiutarsi a vicenda tra gruppi parentali. Le famiglie allargate, nel senso patriarcale del termine, erano un consolidato sistema associativo e lavorativo che assicurava l’aiuto vicendevole nei grandi lavori di produzione – mietitura, trebbiatura, vendemmia, raccolta delle olive – che avrebbero garantito il sostentamento durante l’inverno. Oggi, l’agricoltura moderna, meccanizzata e “industrializzata” ha polverizzato questi aspetti antropologici e folklorici a favore di una produzione sicuramente meno arcadica ma decisamente più qualitativa che, nel caso della nostra Calabria, però, ancora arranca e stenta ad imporsi sui mercati internazionali, a dispetto di millenni di storia vinicola come Magna Grecia ed Enotria. Rispetto a qualche decennio fa, a detta degli esperti, la Calabria ha fatto passi da gigante soprattutto nella produzione di qualità, ma tanta strada le resta ancora da fare prima di assurgere alla stessa notorietà di altre zone più blasonate. È di questi giorni pure la notizia della candidatura, fortemente caldeggiata dai rappresentanti del Nord Italia, del nostro conterraneo Giuseppe Palmieri alla presidenza nazionale della FISAR (Federazione Nazionale Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori). Un riconoscimento già prestigioso nella possibilità che se confermata potrebbe sicuramente dare un impulso decisivo alla nostra Calabria ad essere riconosciuta come l’antica e leggendaria Enotria, che accolse i padri magnogreci come novella terra promessa da consacrare a Bacco. Allora Prosit! Alla Calabria e Giuseppe Palmieri, per le loro scalate.

